Il nodo Palermitano della Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro con questo blog intende creare uno spazio libero di informazione di classe aperto a tutti coloro che ((consapevoli della continua strage di lavoratori morti sul e per il lavoro)) vogliano contribuire alla lotta -- BASTA MORTI E INFORTUNI IN NOME DEL PROFITTO T -- PADRONI ASSASSINI PAGHERETE CARO . PADRONI ASSASSINI PAGHERETE TUTTO -- per un contatto diretto 338-3342733 o 338- 7708110 oppure retesicurezzalavorosicilia@gmail.com

sabato 28 settembre 2013

Priolo, operai malati: la Esso prova a tirarsi fuori con i soldi...

  Operai malati di tumore

scontro tra sindacati e Esso

Trenta dipendenti dell'azienda in servizio a Priolo sono stati congedati con una maxi-liquidazione ma si sono impegnati a non fare causa alla società


Una maxi-liquidazione per mandare via gli operai malati di tumore e per evitare che si rivalgano contro l'azienda. Succede a Priolo dove la Esso ha deciso di congedare una trentina di lavoratori, molti dei quali affetti da gravi patologie, dando loro molti soldi, oltre 100 mila euro, ma con una condizione ben precisa: gli operai hanno firmato una clausola nella quale dichiarano "di rinunciare, in invia sostanziale e definitiva, a qualsiasi risarcimento danni nei confronti dell'azienda a qualunque titolo anche biologico".

Una strategia, denunciano i lavoratori, che non serve solo a sfoltire l'organico, ma a mettere soprattutto una pietra sulle pericolose richieste di rivalsa contro l'azienda.  "Non vogliono che si sappia che stiamo morendo", dice il Signor Giuseppe (il nome è di fantasia, ndr) che per la Esso ha lavorato per più di 30 anni. Oggi ne ha 52 e una grave forma di tumore all'esofago. I certificati sono in azienda. Sono anche nella sede dell'Inps e in quella dell'Inail. Ma nel contratto non vengono mai menzionati. "La Esso è a conoscenza della mia situazione medica - dice Giuseppe - sa che sono malato. Lo sa perché ho presentato in sede una ricca documentazione al riguardo. Così come gli altri miei colleghi. Ma ufficialmente mi mandano a casa come un soggetto sano".

In una lettera inviata ieri alla redazione di Repubblica, la Esso respinge le accuse: "La nostra azienda non ha infranto alcuna regola. Quei contratti sono stati accettati su base volontaria. Ogni altra speculazionesulla vicenda è del tutto pretestuosa".

"Il piano di contratto che stiamo offrendo al nostro personale della raffineria siracusana  -  spiega la Esso - è analogo a quelli che offrono tante altre aziende di vari settori industriali, nella forma e nelle specifiche clausole".

Proprio sulle "clausole" che non vengono specificate nella lettera e che impedirebbero ai lavorati affetti da gravi patologie di chiedere un risarcimento danni contro l'azienda, la Cgil, per bocca del segretario provinciale Paolo Zappulla, parla di "carta straccia", di "condizioni inaccettabili davanti a qualsiasi giudice".

"Nell'ipotesi che qualcuno degli operai malauguratamente avesse un problema  -  dice Zappulla - e che anche da pensionato dovesse aver riconosciuta la malattia professionale, non c'è transazione che potrebbe togliergli il diritto di rivalersi sull'impresa e sulle condizioni di lavoro a cui è stato sottoposto". Sulla stessa lunghezza d'onda Paolo Sanzaro, segretario della Cisl di Siracusa, che punta l'indice "sull'inammissibilità di far firmare un contratto a dei lavoratori affetti da gravi patologie tumorali". "È responsabilità dell'azienda  -  continua Sanzaro  -  e un diritto del lavoratore verificare se la malattia sia stata contratta nel reparto in questione".

Agrigento, impreditore 56enne muore sul lavoro

CATROFILIPPO. Paolo Bracco, un  imprenditore agricolo di 56 anni di Castrofilippo (Ag), è  deceduto in seguito ad un incidente sul lavoro mentre stava  caricando delle cassette di uva su un camion. L'uomo è rimasto  schiacciato dal trattore.


http://www.gds.it/gds/edizioni-locali/agrigento/dettaglio/articolo/gdsid/290868/

giovedì 19 settembre 2013

Studio su Milazzo e Valle del Mela «Metalli nell’urina dei bambini»

MILAZZO. Cromo e cadmio in concentrazione oltre la media consentita nell’urina dei bambini di Milazzo, Pace del Mela e San Filippo del Mela. E almeno in 31 soggetti su 200 presi in considerazione nello stesso territorio sono state riscontrate una serie di alterazioni morfologiche dell’apparato riproduttore. Il caso Milazzo e l’inquinamento della valle del Mela, l’area ad alto rischio ambientale, sbarca a Bonn, nella sede dell’organizzazione mondiale della sanità. Gli effetti degli inquinanti che derivano dalla presenza di realtà industriali finiscono sotto la lente d’ingrandimento degli esperti dell’Oms.

http://www.gds.it/gds/edizioni-locali/messina/dettaglio/articolo/gdsid/288536/

domenica 4 agosto 2013

Cade da una scala mentre lavora su un impianto elettrico: muore operaio nel Messinese




MESSINA. (4/8/13) Un operaio di 62 anni, di cui non si conoscono ancora le generalità, è morto a Mongiuffi Melia (Me) cadendo da una scala mentre eseguiva interventi sull'impianto elettrico di pubblica illuminazione. Trasportato all'ospedale di Taormina i medici non hanno potuto fare nulla. Sul caso indagano i carabinieri.

venerdì 2 agosto 2013

Sacelit, morto un altro ex dipendente per amianto Le vittime salgono a 115


Giovedì 01 Agosto 2013 - 16:35
''Le fibre killer colpiscono ancora - scrive Salvatore Nania, anche lui ex dipendente Sacelit e presidente del comitato 'Ex esposti amianto' - e, non esiste un tempo di latenza, non esiste un tempo di esposizione''.


MILAZZO (MESSINA) - Salgono a 115 le vittime dell'amianto tra i dipendenti della società Sacelit nota anche come fabbrica della morte. E' infatti deceduto, ieri, a San Filippo del Mela, F.D.P., 80 anni, da oltre dieci sofferente di ''asbestosi pleuro, polmonare e insufficienza respiratoria''. ''Le fibre killer colpiscono ancora - scrive Salvatore Nania, anche lui ex dipendente Sacelit e presidente del comitato 'Ex esposti amianto' - e, non esiste un tempo di latenza, non esiste un tempo di esposizione''. L'anziano ha lavorato nella fabbrica di eternit di San Filippo del Mela per oltre 15 anni con mansioni di scarico sacchi amianto dai carri ferroviari, addetto alla produzione tubi di eternit, al rotolamento e pulizia sbavatura tubi.

Nel 1973, gli è stata riconosciuta dall'Inail di Milazzo la malattia professionale per ''asbestosi e discreta insufficienza respiratoria pari al 28 per cento''. ''Oltre ad avere sofferto sin dal lontano 1973, - scrive adesso Nania - negli ultimi dieci anni della sua vita, a causa dell'insufficienza respiratoria e dell'asbestosi, era costretto a muoversi con le bombole di ossigeno; ha patito enormi sofferenze che piano, piano lo hanno portato alla morte''. Con la morte dell'anziano filippese, la percentuale dei decessi fra gli ex dipendenti della Sacelit arriva al 52,5 per cento.
da livesicilia

sabato 20 luglio 2013

Amianto, a giudizio ex dirigenti delle Ferrovie Dieci sotto processo. Morirono cinque fra operai e macchinisti di carrozze contaminate

Avevano lavorato per trent'anni sulle carrozze dei treni rivestite con fibre in amianto. In cinque, tra il 2007 e il 2009, morirono per mesotelioma pleurico, uno dei tumori più aggressivi alle vie respiratorie. Tutti erano stati operai e macchinisti che avevano lavorato sulle carrozze dal 1974. Adesso in dieci, tra dirigenti e capiofficina delle Ferrovie dello Stato, finiscono sotto processo con l'accusa di omicidio colposo. A rinviarli a giudizio è stata ieri, dopo un'udienza densa di momenti di nervosismo, il giudice Marina Petruzzella. La richiesta è stata avanzata dal pm Vania Contrafatto. I parenti delle vittime, assistite dagli avvocati Camillo e Marco Traina, Rosario Imbergamo e Salvatore Sodaro, hanno già chiesto un risarcimento di un milione e mezzo a famiglia. Loro, l'Inail e la Cgil si sono costituiti parte civile in giudizio.
Gli imputati del primo processo a Palermo per amianto contro le Ferrovie dello Stato, oggi Trenitalia, sono Giovanni Colletti, ex direttore generale dell'azienda tra il 1985 e il 1989, Leonardo Vivona, dirigente responsabile del deposito locomotive tra il 1990 e il 1999, e i capiofficina che si sono succeduti dal 1974 al 1994: Lucio Lombardi, Tommaso Giovenco, Francesco la Ferrera, Isidoro Scianna, Giuseppe Fuschi, Roberto Renna, Francesco Barbarotta e Giampiero Cardinale. Un altro dei capiofficina, Francesco Di Maio, è morto durante le indagini.
Ieri tre periti, incaricati dal giudice, Nunzia Albano, Defendino Corbo e Gesualdo La Paglia, hanno presentato in aula i risultati dei loro studi. “Anche cambiare una lampadina su quelle carrozze significava esporsi all'amianto. Dagli anni Novanta è iniziata la decontaminazione delle carrozze, alla quale parteciparono le cinque vittime, ma che non è mai stata ultimata”, hanno scritto i consulenti.
Francesco Pino, Carlo Vassallo, Pietro Norrito, Andrea Benedetto Scalia e Francesco Saverio Tarantino non arrivarono a 60 anni. In tre avevano prestato servizio all'ex deposito delle locomotive, uno era operaio aggiustatore e un altro ancora meccanico. L'indagine ha preso le mosse dalle segnalazioni dell'Asp che, nel corso degli anni, ha registrato un numero sempre crescente di ammalati per mesotelioma.

La Repubblica Palermo

19 luglio 2013

domenica 9 giugno 2013

Fa marcia indietro col trattore il mezzo si ribalta, muore schiacciato

Incidente sul lavoro a Ganci. I familiari lo hanno accompagnato al pronto soccorso ancora vivo, è deceduto in ospedale

Fa marcia indietro con il suo trattore, il mezzo si ribalta e lo travolge, muore schiacciato 35enne di Gangi. Incidente sul lavoro nelle campagne tra Geraci Siculo e Gangi a perdere la vita Gaetano Spitale che è rimasto stritolato sotto il pesante mezzo sul quale stava lavorando  in una zona impervia di contrada Montededero. Il giovane stava effettuando dei lavori per conto terzi a soccorrerlo sono stati alcuni familiari che ancora cosciente lo hanno accompagnato presso il vicino nosocomio di Basilotta di Nicosia. Il giovane è deceduto nel primo pomeriggio, intorno alle 15, a causa dei traumi riportati in tutto il corpo e per le complicazioni sopraggiunte dopo il ricovero. Sull'incidente è stata aperta un'inchiesta da parte della procura di Termini Imerese, competente per territorio, a occuparsene è il pm di turno Francesco Gualtieri mentre la procura di Nicosia sta accertando le cause del decesso ed ha predisposto perizie medico-legali. Il mezzo è stato sottoposto a sequestro a effettuare i rilievi sul posto i carabinieri della compagnia di Petralia Sottana coordinati dal capitano Gianluca Cucinella.



http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/06/08/news/fa_marcia_indietro_col_trattore_il_mezzo_si_ribalta_muore_schiacciato-60641581/

sabato 8 giugno 2013

E dopo Taranto Gela, una indagine del l'Espresso"

E dopo Taranto Gela
Nell''area del petrolchimico allarme malattie e tumori. Ecco in esclusiva i dati del disastro. Nel mirino dei magistrati

Angela Averna vive e lavora a Gela, profonda Sicilia, e fa la pediatra. Durante l'intervista la raffineria dell'Eni non la nomina mai. La chiama, semplicemente, "il Mostro". Racconta: "Mio figlio va alle elementari. Durante una visita guidata al Mostro hanno chiesto a tutta la classe se sapessero perché il simbolo dell'Agip è un cane a sei zampe. Lui ha alzato la mano e ha risposto: "Perché è un cane malformato!". Ho capito che devo stare attenta a non portarmi il lavoro anche a casa". Anche se per lei non è affatto facile: il medico, su circa mille pazienti sotto i 14 anni, conta una cinquantina di bimbi malformati. Percentuale pazzesca, perfettamente in linea con lo studio pubblicato dagli esperti del Cnr insieme al genetista Sebastiano Bianca nel 2002.

La pediatra sorride, amara. "Non abbiamo ancora né un registro sui malformati né uno sui tumori. Perché ai malati di ipospadie, una deformazione degli organi genitali maschili, e a chi nasce senza braccia e senza gambe vanno aggiunti i bambini e le bambine malati di cancro e altri morbi assortiti". Spulciando i casi dell'ambulatorio dell'Averna sembra che a Gela ogni famiglia abbia un parente malato, e spesso è un minore. "Negli ultimi 12 mesi ho incontrato una leucemia fulminante, poi un tumore rarissimo al pancreas. Se l'è beccato la figlio di mia sorella. Secondo il chirurgo che l'ha operata mia nipote è stata la 619 nel mondo, ma in città non è l'unica: abbiamo altri due casi identici.". L'elenco della pediatra non è finito: "Ho avuto anche un neonato morto per una malformazione cardiaca a sette mesi mentre qualche tempo fa il figlio del mio consulente del lavoro s'è ammalato di un tumore al cervello". Il piccolo ha solo quattro anni: "Un'altra tragedia, ma scommetto quello che vuole che ne seguiranno altre".

A Gela morte e malattia risparmiano poche, fortunate famiglie. Non si salva nessuno: operai, impiegati, avvocati, casalinghe o professionisti, le malattie sono democratiche e se ne fregano delle classi sociali. L'inquinamento diffuso sembra ormai un dato acquisito, così come le sue conseguenze sulla salute della popolazione. L'area della città, insieme a Niscemi e Butera (108 mila abitanti) è uno dei siti d'interesse nazionale ad alto rischio. La devastazione di acque, terra e aria è stata causata secondo esperti e ambientalisti dal polo industriale che come si legge in un report dell'Istituto superiore di sanità pubblicato nel 2009, "ha comportato nel corso degli anni una progressiva contaminazione di diverse matrici ambientali, nelle quali sono stati rilevati livelli estremamente elevati di inquinanti chimici con caratteristiche di tossicità, persistenza e bioaccumulo". Traducendo, l'Eni ha sparpagliato i veleni in lungo e largo per decenni. Anche i dati epidemiologici "hanno evidenziato" ragiona l'Iss "la presenza di patologie in eccesso rispetto alle aree limitrofe e alla regione." Eppure il nesso causa-effetto tra inquinamento industriale e malattie non è stato ancora provato, né in sede scientifica né in quella giudiziaria: le norme e le leggi italiane sono spesso inefficaci, così l'Eni finora se l'è cavata alla grande.

Presto, però, la musica potrebbe cambiare. Se a Taranto nel mirino della procura è finita l'Ilva e i Riva di Milano, anche nella punta orientale dell'isola di Leonardo Sciascia ("Il petrolio? Mi creda, se lo succhiano, se lo succhiano. È così che finisce col petrolio: una canna lunga da Gela a Milano, e se lo succhiano", scriveva lo scrittore in un racconto del 1966) i magistrati sembrano aver messo il turbo. In pochi mesi i pm guidati da Lucia Lotti hanno aperto varie inchieste, e oggi sono 14 i processi istruiti per reati gravissimi, da quelli ambientali all'omicidio colposo. Sotto accusa sono finiti dirigenti ed ex quadri di aziende dell'Eni, il colosso statale che controlla il petrolchimico nato per volontà di Enrico Mattei nel 1965.

Qualcuno in città spera che nei confronti dello stabilimento siano prese misure draconiane, che i pm facciano un salto di qualità sequestrando la raffineria, come avvenuto per il siderurgico pugliese. Da un punto di vista economico, sarebbe uno choc: nella sola raffineria – una delle più grandi e strategiche d'Europa – lavorano circa 1100 persone, altre 500 nell'indotto, ma a questi vanno aggiunti altre migliaia di operai delle ditte esterne. Non solo. A Gela vengono lavorati ogni anno circa 5 milioni di tonnellate di greggio pesante e semilavorati proveniente dai pozzi di Gela, Ragusa, Egitto, Libia e Iran, che in Sicilia viene trasformato in benzina, cherosene, gasolio, gas e gpl. Un blocco della produzione rischierebbe di mettere in ginocchio l'azienda amministrata da Paolo Scaroni, mentre alle ripercussioni sociali si sommerebbero quelle finanziare a Piazza Affari.

Comune, Regione e ministero dell'ambiente, infatti, sembrano voler puntare – per ridurre i danni all'ambiente e alla salute – sugli investimenti di recente "imposti" all'Eni. Lo scorso gennaio la raffineria ha finalmente ottenuto l'autorizzazione di impatto ambientale che prevede il rispetto di 200 adempimenti, "In ambito emissivo" spiegano dalla Raffineria "sono stati prescritti limiti particolarmente restrittivi, il 50 per cento in meno rispetto alle precedenti autorizzazioni". L'Eni puntualizza che nell'ultimo decennio sono stati comunque effettuati "una serie d'interventi migliorativi in campo ambientale, con un investimento che si aggira sui 300 milioni: abbiamo realizzato un impianto di trattamento dei fumi della centrale con la migliore tecnologia esistente, i doppi fondi sui serbatoi di stoccaggio, la copertura del parco coke."

Sarà. Ma i nuovi dati epidemiologici che "l'Espresso" ha consultato in esclusiva fotografano una situazione ancora drammatica. Lo studio dell'Osservatorio epidemiologico della Regione Sicilia ancora inedito è intitolato "Stato di salute della popolazione residente nel sito di interesse nazionale per le bonifiche di Gela", e consegna – ancora una volta – risultati agghiaccianti. Anche perché le analisi della mortalità e delle malattie sono state fatte su serie storiche assai recenti, "che confermano di fatto" ragiona Fabrizio Bianchi, studioso del Cnr, "il perdurante cattivo stato di salute della popolazione". Le cifre sulla mortalità comprendono il periodo 2004-2011, mentre quella sui ricoveri e le dimissioni ospedaliere va dal 2007 al 2011.

Secondo gli studiosi il rischio degli uomini di Gela di morire rispetto a coloro che vivono nei Comuni vicini è più alto del 6,8 per cento, mentre per le donne l'eccesso è statisticamente significativo sia sul confronto locale (più 12,3 per cento) sia rispetto ai dati regionali (più 8,2 per cento). L'analisi delle tabelle sulla "mortalità" in alcuni casi sono persino peggiori rispetto a quelle di Taranto. Rispetto alle città più vicine, a Gela i maschi muoiono di più per tutti i tipi di tumore (più 18,3 per cento), per il cancro infantile (più 159,2 per cento), per il tumore allo stomaco (più 47,5 per cento), alla pleura (più 67,3 per cento) alla vescica (più 9,6 per cento), per non parlare dell'incidenza del morbo di Hodgkin (più 72,4 per cento), del mieloma multiplo (più 31,8 per cento) e delle malattie del sistema circolatorio (più 14,2 per cento). Alto lo "spread" anche nei confronti delle statistiche regionali: a Gela l'incidenza dei tumori degli under 14 è maggiore del 68,1 per cento, più decessi anche per i tumori al fegato (più 20,9 per cento), alle ossa (32,8 per cento), al testicolo (più 209,4 per cento) e per le malattie cerebrovascolari (più 36,6 per cento).

Sono centinaia gli operai che hanno lavorato al petrolchimico ad esser finiti dentro i nosocomi sparsi nella provincia di Caltanissetta. Molti di loro hanno lavorato all'ex impianto Clorosoda, chiuso a metà degli anni '90. Un reparto foderato d'amianto con 52 celle piene zeppe di mercurio, usato per produrre soda caustica e idrogeno: secondo le testimonianze delle tute blu, il metallo veniva raccolto con secchi e mestoli. Il genetista Bianca, perito di parte della procura gelese che ha aperto un'inchiesta su 13 decessi sospetti indagando 17 dirigenti ed ex dirigenti delle società dell'Eni che hanno gestito negli anni il Clorosoda (le accuse vanno dall'omicidio colposo alle lesioni personali gravi), ha certificato le presenze di tumori ai polmoni, all'esofago e alla tiroide, senza parlare delle malattie cardiovascolari e all'apparato respiratorio. Gli operai sopravvissuti oggi perdono unghie e capelli, ad alcuni si sono sbriciolati i denti, probabilmente a causa dell'esposizione prolungata al mercurio.
I padri di famiglia impiegati al petrolchimico, però, non sonno le uniche (e per ora presunte) vittime del "Mostro". Centinaia di figli maschi dei gelesi sono infatti nati malformati, colpiti in particolare dall'ipospadia, che secondo Bianchi a Gela "risulta tra le più alte mai viste al mondo". Ma anche le donne che non hanno mai messo piede all'Eni hanno probabilità record di ammalarsi. Secondo le tabelle dell'Osservatorio, oggi anziane, quarantenni e ragazze gelesi finiscono in ospedale per tumori allo stomaco (più 25,1 per cento rispetto a chi risiede nei comuni vicini), alle ossa (più 28 per cento), alla tiroide (più 30), al sistema nervoso centrale (più 100,6 per cento), all'utero (più 52,6 per cento) e via elencando.

Per quanto riguarda la mortalità, impressionanti risultano i numeri sul tumore alla vescica (più 81,2 per cento), quelli sugli avvelenamenti (più 146 per cento) e del morbo di Hodgkin: in questo caso la percentuale è più alta del 907,3 per cento. "Non sono dati ancora pubblici, preferisco non commentarli nel dettaglio", premette Bianchi. "Ma di certo la situazione ambientale è pesante. Come a Taranto, anche a Gela servono investimenti importanti per attenuare l'inquinamento. Oggi per motivi di congiuntura la raffineria sta producendo di meno, ma non basta. bisogna fare di più". Per ripulire la zona dai veleni, spiegava una ricerca su costi-benefici pubblicata sulla rivista internazionale Environmental Health nel 2011, a Gela "i costi della bonifica ammonterebbero a circa 6,6 miliardi di euro. Una cifra molto più alta, dunque, dei fondi allocati per bonificare il sito". L'Eni e lo Stato, in pratica, dovrebbero sganciare altri 6 miliardi se volessero ripulire il territorio.

Anche Legambiente spara a zero sull'Eni e le istituzioni. Pietro Lorefice, ex presidente della sezione di Gela che da sempre segue le vicende della raffineria, spiega che le sorgenti inquinanti in passato sono state tante e hanno devastato tutto. "Il polo produceva concimi chimici e polimeri, da poco hanno completato la bonifica dei fosfogessi, sostanze tossiche e radioattive che temo siano state in passato sversate anche a mare: l'Eni ha da poco tombato 6 milioni di metri cubi di rifiuti, che formano una collina alta una cinquantina di metri. Paradossalmente, invece di fargli piantare un po' di alberi, hanno permesso all'azienda di costruire sopra un nuovo impianto fotovoltaico. Peccato che nemmeno un chilowatt dell'energia prodotta andrà a vantaggio dei gelesi". Secondo Lorefice, però, è soprattutto l'uso del pet-coke ad essere ancora pericoloso: "Si tratta di un carbone prodotto come residuo della raffinazione, che viene usato come combustibile per la vecchia centrale termoelettrica costruita vicino alla raffineria. La procura nel 2002 vietò l'uso del pet per la presenza nel carbone di zolfo in eccesso bloccando di fatto tutto il complesso industriale, ma un decreto del governo Berlusconi ha risolto il braccio di ferro decidendo che il pet va classificato come "combustibile". A tutt'oggi lo bruciano ancora, visto che da un punto di vista economico è molto conveniente". E visto che – come ricorda l'Eni – la Corte di Giustizia europea ha sancito che l'uso del pet-coke è del tutto lecito.

Legambiente se la prende anche con chi avrebbe dovuto controllare e difendere il territorio_ "L'Arpa Sicilia ha messo qualche centralina, niente di più. Comune e regione si sono sistematicamente girati dall'altra parte. Rosario Crocetta? È stato sindaco per due mandati, ma ha fatto solo chiacchiere. Spero che i pm ora vadano fino in fondo, perché gli episodi su cui lavorano sono puntuali, ma circoscritti."

A parte ambientalisti e medici dell'ambiente, rispetto ai tarantini i gelesi sembrano meno reattivi davanti al Mostro. Se contro l'Ilva sono nate decine di associazioni combattive, in Sicilia trionfa la rassegnazione. "Eppure", sospira la pediatra, "noi e i nostri figli continuiamo ad ammalarci. Non solo malformazioni al palato e microcefalie, ma scopriamo di continuo casi di diabete infantile e carenze dell'ormone della crescita. Per non parlare di aborti spontanei e infertilità". La rabbia un sentimento che scatta di rado: "Le coppie interiorizzano il dramma, si colpevolizzano, infine si isolano: qualcuno ha nascosto i figli malformati persino ai nonni".
Mentre per settembre si aspettano i risultati delle nuove analisi sull'arsenico (tre anni fa il Cnr scoprì che il sangue del 20 per cento del campione dei gelesi era pieno di veleni, con livelli di metallo superiori anche del 1600 per cento al tasso limite: i nuovi esami – da quanto risulta a "l'Espresso" – proveranno la presenza dell'arsenico inorganico 3 e 5, quello più cancerogeno), e molti non mangiano più il pesce e le vongole pescate sulla costa, tutti guardano alle prossime mosse della procura. Che ha deciso, cosa assai rara, di essere parte nel processo civile che un comitato di genitori di bimbi malati ha intentato contro l'Eni.

Non sarà semplice ottenere i danni, visto che la connessione tra veleni e la singola malformazione è molto difficile da dimostrare. Qualche anno fa ci provarono in sede penale i pm di Siracusa che indagavano sul petrolchimico di Priolo, ma prima dell'inizio del processo per avvelenamento fu deciso di archiviare tutto. Dopo qualche mese, però, la stessa procura annunciò che la Sindyal aveva offerto 16,5 milioni di euro da girare a 180 famiglie di bimbi nati con malformazioni cerebrali e altre anomalie. Anche se nessuno glielo impone, l'azienda apre il portafoglio e paga come fosse direttamente responsabile. La cifra – anche se alta – paragonata al fatturato totale dell'Eni è irrisoria: nel 2006 l'utile superò i 9,2 miliardi di euro. In Sicilia nessun dirigente del gruppo è mai finito in prigione.


L'Espresso 6 giugno 2013

lunedì 3 giugno 2013

Operaio precipita dal secondo piano, prognosi riservata

Nuovo incidente sul lavoro. Un operaio, Lorenzo Parisi di 25 anni, ieri pomeriggio è precipitato dal secondo piano di un edificio mentre stava montando un impianto di condizionamento dell'aria. Il giovane è stato ricoverato al Trauma Center di Villa Sofia con fratture multiple. I medici si sono riservati la prognosi sulla vita.

Giornale di Sicilia

2 giugno 2013

mercoledì 22 maggio 2013

Incidente mortale al petrolchimico di Priolo


La vittima è un operaio di 39 anni della Isab, da dieci anni addetto all'impianto Cr 37. Ancora da accertare le cause della morte. Subito proclamato lo sciopero per l'intera giornata
di rassegna.it
Incidente mortale al petrolchimico di Priolo (Foto di antonello_mangano da Flickr) (immagini di Fabrizio Ricci)
Incidente sul lavoro la notte scorsa nel polo petrolchimico di Priolo (Siracusa). Per cause ancora da accertare, poco prima delle 3, negli impianti Isab Nord, è morto l'operaio Salvatore Ganci, 39 anni. Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco e gli agenti del commissariato di Priolo. Ne dà notizia l'agenzia Agi.
L'uomo, considerato un operatore esperto, da dieci anni era addetto all'impianto Cr 37. Il suo corpo privo di vita è stato trovato sul percorso che collega l'impianto al quale era addetto con il Cr 34. A dare l'allarme e a fare scattare i soccorsi è stata la segnalazione di alcuni colleghi dell'operatore, insospettiti dal fatto che non rispondesse più alle chiamate della sala radio centrale. Sul posto oltre alle squadre di soccorso e sanitarie aziendali, intervenute anche le unità del 118, mentre la polizia scientifica ha effettuato rilievi.

Dopo avere appreso la notizia della morte dell'operaio, 
i sindacati hanno immediatamente proclamato lo sciopero dei lavoratori diretti e dell'indotto dell'impianto Isab Nord di Priolo (Siracusa), dove lavorano circa 700 persone. Nelle prossime ore i sindacati valuteranno altre iniziative di mobilitazione. La produzione oggi rimarrà ferma per l'intera giornata.